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“Le parole del gergo critico mi sono ormai così estranee,
specie quando si deve giudicare una raccolta di versi, che non mi viene
sulle labbra altro che un giudizio avarissimo: “bene”o “male”. Più bene,
molto più bene, che male, nel suo caso…”.
Gesualdo
Bufalino
“Sono poesie che hanno una calibrata “gentilezza”, e nascono
da una vena di sincerità e di “quieta” partecipazione alla vita”.
Gabriella
Sica
“Una voce piuttosto decisa e un’onestà di fondo. Un rapporto
autentico con la parola”.
Alberto
Toni
I suoi versi, a mio avviso, sono delle sapienti, montaliane
“occasioni”, che si imprimono nel cuore prima che nella mente del
lettore: la mano sicura dello stile, insomma la padronanza della lingua
poetica, congiura ad una lirica finemente attestata su un registro di
medietas, facendo della sua poesia una stupita - gioiosa e sofferta
insieme – ricerca sul cosmo sulle
sue ragioni.”
Roberto
Pasanisi
“La sua raccolta Voci
dal muschio dà in qualche modo la misura di quel fenomeno che è stato
descritto come l’apparire di un autore. C’è nei versi una scorrevolezza
che denota un controllo dell’espressione e una sua reale possibilità (ciò
che è più importante). In più, trovo decisamente notevole l’equilibrio,
meglio l’impasto, tra il livello metaforico e quello sensoriale e, per
così dire, esistenziale. Mi piacciono quelle frangiature di luce e di
colori, con cui contorna volti e corpi di persone incontrate: il “ragazzo
/ dagli occhi quasi ungheresi”, lo scriba, l’interlocutore del momento. E
sono belle le sospensioni metafisiche: i punti di fuga da una realtà
seduttiva e però deludente…”
Gualtiero
De Santi
“Una celata tramatura d’attese mi pare che lascino intatta –
e forse indiscussa – una sorta di poetica del dolore che, pur se riferita
a vicende interiori circoscritte, diventa emblematica (nell’offerta
poetica) di una più generale condizione del vivere. Basta però uscire
dalle memorie per incontrarsi con pronunciamenti d’attese, di desta
sensualità, degli odori di cui è densa la vita. Consapevolezze e
inconscio, abbandoni e vigilanze, accendono la poesia. Versi fatti
sapienti dalla sofferenza e tenaci dalla speranza”.
Salvatore
Di Marco
“Insieme ad una vitalità scritturale (con qualche
reminiscenza di autori diversi: Pascoli, per esempo, o un lessico qua e
là quasimodiano) vi ho trovato una ragione del proprio dire, che a mio
parere è la base della scrittura stessa. Nel senso di una necessità
profonda (quella che una volta si chiamava “ispirazione”) a mettersi in
gioco e nel gioco della creatività”.
Maria
Lenti
“Voci dal muschio
mi ha molto favorevolmente impressionato: vi sono testi (p. 18 e p. 40,
ad esempio) che ritengo esemplari di un tipo di ricerca linguistica dalle
risonanze sottili e suggestive, di un’attenzione ai contorni fisici delle
cose, di una capacità evocativa che tenta di concludere nei toni di una
riflessività senza incertezze.”
Pietro
Civitareale
“Mi pare di avervi intravisto delle aperture insolite, e i tratti
che mi hanno colpito, oltre la compattezza e la ricerca di originalità
che spesso ti sforza, altre volte ti fa approdare a risultati più fluidi,
sono quelli della chiarezza, o meglio incisività di dettato, e
freschezza, nel senso migliore del termine…”.
Roberto
Deidier
“L’incontro anche casuale di un volto che passa segnato da
una speranza o dal dolore, si trasforma in eco di poesia assieme alle
“buie ferite” che ciascuno di noi si porta dietro, e queste svelano
all’anima significati incompresi. Il tempo ha pregnanza di motivi in
questa quadratura della silloge e a me sembra un fattore determinante al
discorso poetico. Esso, nel suo dipanarsi quotidiano, diventa misura
delle intensità dei ricordi e non sempre è velo che “preme sull’anima /
come buia escrescenza / di lacrime…”. La Di Lorenzo, fattasi esperta,
capisce che il mistero che ci avvolge non sta nella morte, ma in questo nostro vivere (non privo
di lacrime) che giorno dopo giorno dobbiamo subire. Davanti a noi si apre
una traiettoria ove l’uomo, nell’attraversarla, raccoglie molto di ciò
che incontra. Talora il frutto diventa anche “felicità insostenibile” e
la vita sembra ripetere per ogni uomo i “cinque dolori”. L’uomo, a
conoscenza di un tale destino, si lascia cogliere spesso impreparato e
soccombe al vento delle passioni. Il mistero sussiste e la poetessa
afferma che l’unico nostro possesso sicuro è il cuore, ma che il tempo “è
un agguato di bocche / che fa sanguinare la luna” che a sera ti porta
verso una gioia di ricordi ove è possibile vivere sciolto da ogni
incrostazione dei ricordi ed il passato sarà per sempre straniero.
L’amore, che la poetessa tratta qualche volta con un linguaggio
realistico, sfocia nel sogno e diventa celebrazione di pensiero. Tutto il
resto è bufera e il cuore “un grezzo diamante / di lacrime infette”, e
non ci sarà mai ad attendere ancora un aprile, poiché al freddo delle
stelle subentrerà “il disprezzo che uccide l’amore”.
Pietro
Mirabile
“Nonostante l’origine colta, come evidenziano anche i
richiami letterari posti a mo’ di cappelli introduttivi, ed echi non
infrequenti di poeti del Novecento, soprattutto ermetici, la sua è una
poesia calda, sensuale, avvincente…”
Ermanno
Circeo
“L’ho sfogliato prima in maniera disordinata come si fa con un
libro visto per la prima volta, assaporato per piccoli assaggi. Ho
ritrovato subito il “gusto” di Urbino e i tanti echi di quella poesia
“vissuta” che si faceva vita…”
Andrea
Bollini
La parola alla
critica
“Con uno stile asciutto e nervoso Maria Di Lorenzo ha scritto
il suo primo libro di poesie, dal titolo Voci dal muschio, del quale fa parte una silloge, Il tempo di un breve commiato, già
segnalata al Premio E. Montale 1991, per la sezione dell’inedito. Ciò che
subito si nota leggendo questi versi è l’autenticità della parola poetica, sempre sorretta da un
ritmo interno e da un intimo slancio.
La Di Lorenzo non bara nè con se stessa né con gli altri:
scrive perché ne avverte la necessità e cura la forma, che in lei è limpida e essenziale. “L’enigma non è
nella morte / quel peso sugli occhi che mai mi abbandona / saperti
perduto all’azzardo di un alba / (tre anni sono come tre giorni) / ma in
questa luce che accompagna i miei passi / e piano si posa sul velo del
cuore” (Il sipario strappato).
Alle poesie che hanno per tema il dolore del distacco, un
tema che detta alla Di Lorenzo alcuni dei suoi versi più intensi e sofferti (si vedano certe sue rapide
notazioni: “Io, quella di prima non sono”, “io so che tutti dormiremo
sulle colline”, da Lettera a Diego),
si contrappongono le poesie nelle quali ella canta l’amore con forza e
senza inibizioni (come avviene ne I
corpi) o con più sommesse e pacate parole (come avviene in Breve incontro). Sempre comunque si nota in lei la ricerca
di movimenti rapidi e schietti, che conferiscono incisività al suo dire, anche quando esso prende l’avvio d
citazioni dotte, speso poste in limine alle poesie qui raccolte.
“Basteranno due sole libellule in volo / per raggiungere il
mare”, dice la Di Lorenzo in Marco
domani. A noi pare che questi versi siano molto significativi, per
intendere lo spirito di una poesia
che nasce dalle più diverse esperienze di vita, senza mai tradire
l’attesa del futuro, anche quando il presente sembra avere ormai esaurito
i suoi sortilegi: nel che sta, in ultima analisi, il suo fascino ed il
suo valore”.
© ELIO ANDRIUOLI
[ "La nuova tribuna
letteraria", luglio-agosto 1994 ]
“Voce fresca e nuova,
la sua, non solo perchè molto giovane, ma perché rifugge dai rimasticamenti
tematici spesso inevitabili per chiunque cominci ad inoltrarsi nei
sentieri impervi della poesia contemporanea. Le va riconosciuto infatti pubblicamente
il merito di avere una voce già sua,
chiara e vigorosa, netta e sicura.
La scansione ritmica del verso, prevalentemente assimilabile
alla misura tradizionale pur nella urgenza d’un superamento dei suoi
schemi rigidi, denuncia una marcata conoscenza della prosodia classica;
ma la tessitura evocativo-metaforica del linguaggio, con quanto di indefinibile
a volte ha la lirica moderna, ne fa una
presenza certa del nostro tempo.
Tutto questo si lascia intendere chiaramente già ala lettura
della prima pagina del libro. Direi, anzi, con questo incipit della prima lirica: “Il
ragazzo che tu conducevi / Sui polverosi sentieri di un giorno / Sazio di
sole è partito / E aveva il cuore fitto di voci / E una cupa speranza nei muscoli
scuri” (A Salvo).
Su questo livello, più
o meno, si procede nelle quaranta poesie della raccolta, alcune
delle quali hanno il respiro corto ma intenso del frammento, altre invece
il tono disteso della pagina piena. Fra tutte, ve n’è d quelle che più s’incidono nel cuore e finanche
nella memoria del lettore più esigente. Ne ricordiamo qualcuna: Lettera a Diego, Vita mutatur, Il
grado zero, Il sipario strappato, Cu ‘u sapi, Acidduzzu, I corpi, Che
torni dicembre e altre ancora.”
© VITTORIANO ESPOSITO
[ “Il Ragguaglio Librario” - Anno 61
-gennaio 1994 ]
“Maria Di Lorenzo, al suo esordio
con Voci dal muschio, sembra,
pur giovanissima, percorrere una sua
linea ben definita e, come alcuni suoi coetanei già armati nel
panorama poetico, gestisce un suo già inconfondibile gioco maturo d’estri
e di attenzioni inconsuete di figure e varietà cromatiche.
Anticonformista,
spregiudicata e intelligente – non è difficile, invero, intuire un
robusto retroterra culturale – la poesia di Maria Di Lorenzo non rende
agevole, tanto essa è compiuta, rinvenire ascendenze o parentele,
sebbene, e forse non senza forzature, talune atmosfere sembrino
legittimare una sua collocazione in una zona d’incontro tra
espressionismo tedesco, beat
generation, Dylan Thomas e certe diffuse esperienze neo-romantiche:
come dire una navigazione, condotta con acume e intelligenza, tra Stati
Uniti ed India, tra rock e Mahler.
Piace, della Di Lorenzo, il modo autonomo, originale di
esplorare ed interpretare il reale; piace la sua profondità
nell’aggancio, nell’attrito, nel contatto diretto e autentico con le
occasioni e i volti del mondo esterno. Piacciono la sicurezza, la
mancanza d’impaccio, l’elevata temperatura
che caratterizzano i suoi versi (“le polluzioni / sono punti di fuga / da
un lupanare”); piacciono le scene assai caratterizzate sul piano
linguistico (“sarà l’instabilità del protone / questo coraggio di negarsi
/ linee clandestine: mi urla / dentro / come un lupo ferito l’afasia / -
o la segreta malinconia negli specchi / visionari degli occhi! /
Amazzonia da salvare, il cuore”).
Se poi dietro il filo vischioso e
intrappolante di questa raccolta, sembra occhieggiare il gioco, questo è
sicuramente condotto con rigore, estremamente serio, premeditato: un
gioco nel quale Di Lorenzo, senza affanni, sa destreggiarsi straordinariamente”.
©
SANDRO GALANTINI
[ “Abruzzo
Letterario” - Anno V n. 3 – dicembre 1993 ]
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