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Turi Vasile è un outsider nel
microcosmo culturale italiano.
Lo è per nascita, per temperamento,
per vocazione: perché è nato in Sicilia, perché coltiva da sempre
molteplici interessi che, sottraendolo alla fissità di un ruolo
codificato, lo pongono fuori dal coro;
perché non appartiene a nessuna cordata pseudo-intellettuale e può
concedersi il lusso di fare soltanto le cose in cui crede veramente: Un villano a Cinecittà, appunto,
che si potrebbe definire un ideale proseguimento della raccolta di
racconti Paura del vento
(Sellerio Editore, Palermo, 1986).
Lì c’era un bambino dal cuore
gonfio di sogni che scrutava i confini del mondo
dal semaforo solitario di Capo d’Orlando, davanti alle Eolie, immaginando
un futuro a misura di quei sogni infantili; adesso il bambino del faro
siciliano è cresciuto, è un ragazzo volitivo e romantico a Roma, nel
furore della guerra, che per sbarcare il lunario si getta nell’avventura
di Cinecittà, la fabbrica dei
sogni di celluloide e delle speranze affidate alla rinascita
economica e morale del Paese.
“C’è una strada nel fondo della
nostra memoria, porta dritta al passato come al futuro”, scrive Vasile,
ed è la strada della stidda ca
curri, la stella di un destino
già segnato a cui non è possibile sottrarsi e che per lui sarà quella
del cinema, dei mille viaggi e occasioni, degli incontri che restano nel
cuore ed ogni tanto ritornano, emergendo dal fondo magmatico della
memoria, incastonati in un presente incorruttibile ed eterno.
Ecco allora stagliarsi le immagini
vivaci, e un po’ gaglioffe, di Rossellini e Vittorio De Sica, “maestro di inganni”, di una famiglia arcaica e unitissima, di
un se stesso corrucciato e schivo: temperamento
insulare, tutto slanci e timidezze improvvise, che ora rivede con gli
occhi della memoria, con tenerezza e con pudore, contrassegni
dell’appartenenza isolana.
Ma da queste schegge di vita che la
penna sottrae all’impetuosa velocità della Storia che tutto travolge, c’è
qualcosa che oscuramente rimane, e si erge da un fondo di lontananze
remote: una Sicilia come luogo
dell’anima, come genius loci
che lo segue in tutti i vagabondaggi per mare e per terra (si legga il
bellissimo Bentornato alle sabbie
nere) e che neppure i fantasmagorici bagliori della “provincia
Cinema” riusciranno mai ad offuscare nel ricordo e nel desiderio
inesausto del ritorno.
Per quanto possa
girare il mondo il siciliano non potrà fare altro che tornare, ogni
volta, alla sua terra natìa, alla sua natura aspra e selvaggia, alla sua
luce meridiana: perché al mondo non esiste nessun altro luogo in cui
poter ricomporre, armonicamente fuse insieme, le crudeli disarmonie della
vita.
MARIA DI LORENZO
“Oggi e Domani” - Anno XXI -
Numero 8 – Agosto 1993

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