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“L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i
testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri
lo fa perché sono dei testimoni”. Parole di Paolo VI, dall’esortazione
apostolica Evangelii Nuntiandi
del 1975. parole che oggi ci aiutano a rileggere
la vita esemplare di Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” assassinato
dalla mafia il 21 settembre 1990 sulla statale 640 fra Caltanissetta e Agrigento.
Manca poco al decennale della sua morte. L’Italia è
un Paese con la memoria corta. Soprattutto se è memoria
di bene. Altro richiede il gossip quotidiano, politico e massmediale. Ma proprio dal mondo dei
media viene un aiuto. Maria Di Lorenzo è
una giornalista. E al “giudice ragazzino” ha
dedicato un libro, fresco di stampa: Rosario
Livatino. Martire della giustizia (Paoline, collana “I Radar”, 123 pagine, 15 mila lire).
Un libro per non dimenticare. Perché Livatino è un
simbolo “per coloro che vivono nell’Italia di
oggi sognandone una diversa”, scrive l’autrice. Che fin
dalle prime pagine chiarisce la sua intenzione: “Tracciare un ritratto
semplice e veritiero di un testimone dei nostri tempi: un uomo libero che
ha pagato con la vita la sua dedizione al dovere e un’incrollabile fede
nella Giustizia”.
Ma cosa regge questa
dedizione? Cosa nutre questa fede? La Di Lorenzo
ripercorre la biografia di Livatino: la famiglia, gli studi, il rapporto
con la società e la cultura siciliana. Le sue idee. La sua fede. La
professione di magistrato vissuta come vocazione.
“Una vocazione schiettamente laicale. Impegnata
nella promozione della verità e al servizio
della giustizia, per la salvaguardia del bene comune e nel rispetto
dell’inalienabile libertà della persona umana, fatta a immagine di Dio –
scrive l’autrice -. Valori che riecheggiano nella Christifideles Laici”, dove si legge: “La carità che ama e serve la persona non
può mai essere disgiunta dalla giustizia”.
Un eroe, Livatino? No, risponde la Di Lorenzo. “Un
giovane. Un giudice. Un cristiano. Non un “santino” a
tutti i costi, non un essere eccezionale, un “superuomo”, ma un giovane
come mille altri. Innamorato della vita, della giustizia, della
verità”.
E ancora: “Un servitore
dello Stato”. Il giudice che lavora senza sosta.
Senza compromessi. E senza scorta, che rifiuta per non mettere a repentaglio altre vite. L’uomo che sigla le sue note
quotidiane “S.T.D.”, Sub tutela Dei.
“Un martire della giustizia e, indirettamente,
anche della fede”, ha detto di lui Giovanni Paolo II il 9 maggio 1993 in
Sicilia. Livatino: il seme che muore. Perciò dà frutto. Un vero testimone. Perciò un maestro.
Lorenzo Rosoli
Rosario
Livatino? Martire, non superuomo…
in “AVVENIRE” –
15 settembre 2000
…si può morire
anche restando vivi,
ed è la morte peggiore.
Sommario del
libro
Nota biografica
Presentazione
1. “Vorrei volare”
2. Il liceale affascinato da Dio
3. “Ho prestato giuramento”
4. Sicilia, Italia: un nido di tenebra
5. Giudicare con carità
6. Il “missionario” del diritto
7. Nel mirino di “Cosa Nostra”
8. “Qualcosa si è spezzato…”
9. In fondo al tunnel
10. Speranza contro speranza
Appendice
Dagli scritti
Hanno detto di
lui
Cinema
Bibliografia
Pensieri del
giudice
“Il giudice, oltre che essere deve anche apparire indipendente.
E’
importante che égli offra di se stesso l’immagine non di persona austera
o severa o compresa del suo ruolo e della sua autorità o di irraggiungibile rigore morale, ma di una persona
seria, sì, di persona equilibrata, sì, di persona responsabile pure;
potrebbe aggiungersi, di persona comprensiva e umana, capace di condannare, ma anche di
capire.
Solo se
il giudice realizza in se stesso queste condizioni,
la società può accettare ch’egli abbia sugli altri un potere così grande come quello che ha.
Chi
domanda giustizia deve poter credere che le sue ragioni saranno ascoltate
con attenzione e serietà; che il giudice potrà ricevere e assumere, come
se fossero sue, e difendere davanti
a chiunque.
Solo se
offre questo tipo di disponibilità personale il
cittadino potrà vincere la naturale avversione a dovere raccontare le
cose proprie a uno sconosciuto; potrà cioè fidarsi del giudice e della giustizia dello Stato, accettando
anche il rischio di una risposta sfavorevole...”

“Il ruolo del giudice non può
sfuggire al cammino della storia: tanto egli che
il servizio da lui reso devono essere partecipi di un processo di
adeguamento.
Ma di ciò non può farsi carico solo ai giudici: non
si può chiedere che essi traggano soltanto da se stessi la forza per questo adeguamento.
In questa prospettiva, riformare
la giustizia, in senso soggettivo ed oggettivo, è compito non di pochi magistrati,
ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione
pubblica.
Recuperare
infatti il diritto come riferimento unitario della convivenza
collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza”.
dai lettori
utrice
ull'
dal gruppo (Paoline200008) 20088 giugno 2005
Salve Maria!!
Sono Daniela,
l'universitaria di Macerata.
Ti
ringrazio anche a nome di Betty
e Francesca perchè per noi è stata una vera
sorpresa!! [NDR: il mese precedente Maria Di Lorenzo aveva tenuto una lezione
all’università di Macerata sulla figura del giudice Rosario Livatino].
Siamo
contente e ringraziamo il Signore per quest'amicizia
che inevitabilmente ci ritroviamo con te, nata
per l'interesse particolare alla figura di Rosario; grazie al tuo
incontro ho avuto modo di conoscerlo ancora meglio, e ti confesso che,
soprattutto per me che studio giurisprudenza, Rosario sta diventando
sempre più un "termine di paragone"; pensare a lui, alla sua
vita ogni volta mi porta e mi conduce a Gesù,
COLUI che Rosario ha seguito ed aderito in ogni attimo della sua vita.
Per
questo lui, e tutta la schiera dei Santi, stanno diventando persone a me
care, o meglio AMICHE. Ti saluto!! IN CRISTO
Daniela
* * *
8 marzo 2001
Tanti auguri per il tuo lodevole e prestigioso
lavoro di scrittrice e giornalista!
Alfonso
* * *
17 luglio 2002
Spett. Maria Di Lorenzo,
Ha letto nei giorni scorsi di una lettera aperta del
senatore Francesco Cossiga ai genitori di
Rosario Livatino nella quale sosteneva che egli, a suo tempo, non
intendeva offendere quel magistrato?
Conversione sincera? Calcolo politico? Effetto delle
alterazioni di umore alle quali Cossiga va' soggetto? Ai posteri l'ardua sentenza...
Cordialmente,
Maurizio
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