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MARIA DI LORENZO NELLA POESIA
DEI RACCONTI
di Carmelo R. Viola
[ "IL CORRIERE DI ROMA" - 15 ottobre 1995 ]
Ogni verso è un messaggio come ogni goccia d'acqua è il
riflesso dell'universo.
E ogni messaggio è un ponte ideale tra l'io e l'altro, tra il
presente e i due poli del tempo.
Quaderno Siciliano di Maria Di
Lorenzo ha tutto il sapore di un
diario di ricordi, il quale, ancorchè rivelato, resta
"segreto", circonfuso com'è da un alone di ambiguo dolce
mistero in cui l'occasionale ignoto interlocutore può scoprire anche ciò
che non c'è scambiandola con una parte della propria storia
L'importante è essere riusciti ad accendere "a
distanza", come in un marchingegno magico, una sintonia di emozioni: ciò che conta è trovare consensi
interiori, non confessori curiosi e indulgenti.
Dopo tutto, nella sua sconfinata varietà, l'esistenza (a
dispetto della unicità vantata dall'individuo) è sconsolatamente
monotona.
Come la più grande biblioteca non fa che combinare sempre le
stesse poche lettere dell'alfabeto, così la parabola della vita è una
sempre nuova ricerca affannosa che, attraverso le fasi biologiche
dell'ascendenza e della discendenza, dell'adolescenza e della senescenza,
del miraggio e del ricordo, ritorna puntualmente all'interrogativo del
punto di partenza.
La poesia serve
proprio a questo: a usare miraggi e ricordi come strumenti di penetrazione
dell'infinito per soddisfare attraverso l'immaginazione quella segreta
aspirazione all'eterno che è in ciascuno di noi.
Maria Di Lorenzo
ci riesce e prova ne sono queste "risposte" suscitate in me.
L'Autrice, giornalista, per altro impegnata in molteplici
attività letterarie, radiofoniche e teatrali, non è siciliana di nascita
ma una qualche esperienza la lega affettivamente alle peculiari
caratteristiche dell'Isola, fino ad apprezzarne la parlata, almeno quella
semplice e maliosa dei sentimenti semplici della gente comune.
La silloge di composizioni, chela stessa A. definisce "microracconti in versi", è
dedicata a "Turi".
"Un bambino isolano - sono ancora le parole della Di
Lorenzo - che attraverso dolori e speranze, vittorie e lacrime, diventa
uomo.
Un uomo che troverà la propria realizzazione umana e
professionale lontano dalla sua Sicilia (amaro destino di fuga di tanti
isolani) ma che alla sua terra resterà sempre - indissolubilmente -
legato, con il suo cuore insulare e la sua invitta capacità di educarsi
alla vita attraverso la quotidiana disciplina del dolore".
E' questa la chiave di lettura del testo.
Il "prologo", introdotto dalle seguenti parole di
Giampiero Neri: "Viaggiatore notturno nella città, / una lettera è
spedita al tuo nome, / una corrispondenza che credevi interrotta /
ritorna con misteriosi legami, / considera la tua fedeltà al
passato", e intitolato "Raccontastorie",
suggella come meglio non potrebbe, la mia prima impressione.
"E' nel cavo delle mie mani / il tempo che oggi
ti dorme nel cuore".
La prima parte del libretto, contrassegnata dalla voce Mythos, fonde l'immagine
mentale con il ricordo della cosa - l'Isola amata - che, per l'appunto,
mitizza:
"intorno al porto di Messina / è culla d'acqua / che
accresce lo sgomento / degli abissi che s'aprono ai tuoi sguardi (...)/ e
all'improvviso t'appare / più lontana, più sconosciuta, laggiù / la terra".
La nostalgia forma un "nodo delle tue lacrime che si
scioglie / ora nel petto".
L'A. allarga lo sguardo commosso e "vede" Capo
d'Orlando e Punta Milazzo e qui "il filo di fumo dirigersi / alle
chiuse del vento".
Dai rilievi geografici passa ai sentimenti tipici degli
isolani. Con "lissa" si denota un improvviso stato di deliquio:
l'A. lo sfuma e l'addolcisce in uno stato d'inquietudine e di stress
esistenziale. E' termine greco.
Chiude (la prima parte) con "Vacabunnarìa" (vagabondaggio) in cui il comune
amico Salvatore Di Marco ha reso quanto meglio non avrebbe potuto la
sensibilità sicilianòfila della nostra Poetessa.
"E sugnu tempu / e vuci di stiddi / sugnu aceddu
/ e sonnu di petri / davanti 'o mari" (“E sarò tempo /e
voci di stelle / sarò uccello / e sonno di pietre / davanti al
mare").
Nella seconda parte, Mneme
(memoria), approfondisce il tracciato ricorrendo graziosamente a qualche
voce siciliana per rendere meglio il contesto psico-etnico.
Parla della burrasca che "ti scippa mezza nasca"
(che porta via metà del caratteristico naso schiacciato o camuso); della
ricorrenza dei morti (2 novembre) quando, secondo un antico costume, si
fa credere ai più piccoli che i trapassati portino regali ai bambini
secondo i meriti, servendosi di una "truscia" (fagottino di
tessuto con nocche).
Parla di "vento di zagare impazzite"
(profumatissimi fiori dei limoni) la cui comparsa fa coincidere con la
"stagione prima dell'amore".
Ma il panta-rei della vita vuole che "il fuoco
diventa ogn'ora cenere / e vengono dopo sempre nuovi amori".
Tra i ricordi del padre, che "appariva /col passo
leggero / del vento (...) / la mano nell'aria che punisce / e che
rasserena", quello dei "ceci abbrustoliti nella
sabbia" che, come altri legumi trattati alla stessa maniera,
ancora oggi vengono indicati con la voce araba "calia".
Ricorda ancora "cose
senza nome": un "anacoreta del mare, nelle sue mani /
aveva la sapienza delle attese".
Tutto, conclude, non è che un ricordo: Quel gruppo assorto
/ sul precipizio del tempo / ritorna adesso alle risacche / del cuore,
riverbero / d'infanzia pietrificata".
L'epilogo è un ritorno a "Roma, di primavera
occidente" (dove l'Autrice vive) dove "resiste ancora /
l'amore della Sicilia, il tuo cuore".
Dove c'è musicalità e sentimento là c'è poesia.
Nei versi di Maria Di Lorenzo ci sono le due cose, l'una
complemento dell'altra.
Ma c’è anche uno stile semplice nostalgico. E c'è anche un uso (oggi raro) appropriato delle
parole e della metafora e il rispetto della punteggiatura e della
sintassi, almeno quanto basta per ridurre al minimo il rischio del
fraintendimento da "oscurità", una "licenza" questa,
che non può essere negata totalmente alla natura viscerale e alla
funzione estetica e catartica dell'arte poetica.
© Carmelo R. Viola
[ "IL
CORRIERE DI ROMA" - 15 ottobre 1995 ]
La parola al critico
letterario
“La Di Lorenzo, alla sua seconda pubblicazione di versi, tende
a evocare le memorie dell'infanzia, la fedeltà della terra, un antico
amore, il sentimento del tempo che passa.
E' una poesia corposa
e incalzante, sconvolta da ritmi interni molto personalizzati, dove
si alternano ricordi e problemi esistenziali ad interrogativi angosciosi.
C'è una sorta di consapevolezza della realtà e un approdo al mito in
motivi pressochè inediti.
Quella di Maria Di Lorenzo è un'anima inquieta che cerca una
verità con cui fondersi nell'universale relatività della vita, in modo da
pervenire alla consapevolezza di sè e del vivere, in una poesia che si fa storia e cronaca
insieme.
Fedele all'enigma del tempo, s’impegna nella ricerca dei
momenti dell'esperienza umana. [...] La
Sicilia è la vera protagonista della raccolta. Non soltanto per la
poesia intitolata "Vacabunnaria" (l'unica in dialetto
siciliano), ma per i molteplici riferimenti a tradizioni, luoghi e
stilemi relativi alla Sicilia.
© Emanuele
Schembari
[ "Arenaria", n. 31-32 p.99
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"C'è una
strada nel fondo
della nostra
memoria,
porta dritta al
passato
come al
futuro..."
TURI
VASILE
Un villano a Cinecittà
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