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“All’età di sei anni mi capitò di abitare,
insieme con la mia famiglia, un semaforo solitario posto sulla cima di
Capo d’Orlando, in faccia alle Eolie”. Comincia così, con questo tono
vagamente favolistico, a metà strada fra la prosa del quotidiano e
l’affabulazione della memoria, la raccolta Paura del vento e altri
racconti di Turi Vasile con cui, a distanza di cinque anni,
l’autore riannoda i fili cangianti della memoria, riandando sui passi
perduti di un’infanzia isolana (la precedente raccolta Paura del vento è stata, infatti, riproposta
– sull’onda del crescente interesse dei lettori – con l’aggiunta di dieci
nuovi racconti).
Regista, produttore
cinematografico, sceneggiatore, critico, commediografo (con La famiglia patriarcale si è
aggiudicato nel 1987 il Premio Flaiano per il teatro), Turi Vasile si è
rivelato in questi racconti un narratore
finissimo, al tempo stesso lucido e asciutto, lirico e assorto, in
possesso di una koinè dei
sentimenti (e della memoria) che raramente è oggi dato riscontrare nel
panorama delle lettere italiane.
“Quando si
era bambini e si viveva in un’isola chiamata Sicilia, le feste di Natale
avevano un senso oggi perduto”. Un’isola chiamata Sicilia: il nome dell’anima e del cuore,
prima ancora che luogo fisico, geografico; un sentimento solido, vivo,
che non conosce (né mai può conoscere) l’usura del tempo. Un fuoco inestinguibile che la distanza non appanna, ma
semmai rafforza ed alimenta, attraverso l’uso quotidiano della memoria.
La
Sicilia, metafora del cuore. E’ ad essa che
bisogna necessariamente fare riferimento per comprendere appieno la Weltanschauung di questo
eccellente narratore, così da poter ottenere alla fine – attraverso i
volti, le storie, i ricordi e i pensieri che animano questi racconti – il
prodigioso mosaico di un coro: il padre autodidatta, che però “sa forte”
socialista e anticlericale, depositario di un’antica e irriducibile
purezza ideale (“l’amore per il padre – scrive a un certo punto Vasile -
è sempre atto di fede”); la madre Maria, “argentu vivu”, appassionata e
romantica, che gli insegna l’aspetto più ludico dell’esistenza, la vita
come gioco; lo zio Miciazzo, la zia Agatina, zio Ciccu e zia Cicca,
“villani” dal cuore d’oro (si legga il bellissimo racconto I miei parenti più poveri), che
affiorano, e si stagliano in cifre di assoluto candore, dal fondo
incandescente della memoria.
Giornate di attese
e di sogni, di emozioni segrete e di continue scoperte in cui – bambino –
lo attanaglia la paura del vento,
la sua voce terribile, insieme allo scatenarsi degli elementi, in quel
lembo di terra, sospeso fra cielo e mare, che è il semaforo solitario di
Capo d’Orlando.
Giornate in cui –
adolescente - lo assale il tremendo morbo isolano, la “lissa”, la vertigine oscura del
sangue che pulsa dentro le vene, e che – adulto – saprà come stemperare
nella malinconia del ricordo. Giornate in cui non
accade mai niente di veramente eccezionale: semplicemente la vita,
l’avvicendarsi naturale del giorno e della notte, il geometrico
alternarsi delle stagioni; ed è già molto.
Giorni in cui la vita è come un’erma bifronte e il sogno vi
possiede lo stesso spessore della realtà: quella fantasia visionaria che
– da bambino – lo teneva chiuso in casa, divorato da un’ansia spasmodica
di conoscenza, a leggere e fantasticare il proprio futuro, e che - da
grande – tradurrà in creazione fantastica, in quell’immaginazione che,
tornando ai giorni perduti di ieri, spalanca la credenza dei profumi
segreti di un’isola a forma di cuore.
MARIA DI LORENZO
“Abruzzo
Letterario” -
Numero 2/93 – Agosto 1993

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