Recensioni librarie di Maria Di Lorenzo

 

 

 

 

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Turi Vasile

 

Turi Vasile

 

PAURA DEL VENTO E ALTRI RACCONTI

Sellerio Editore 1991

 

 

recensione di

MARIA DI LORENZO

 

© “Abruzzo Letterario” – Agosto 1993

 

notizia sull’autrice

Maria Di Lorenzo

 

MARIA DI LORENZO

 

 

Nata nel 1964, vive e lavora a Roma.

 

Giornalista culturale, scrittrice, autrice teatrale e cinematografica, dopo il Liceo Classico ha frequentato i corsi della Facoltà di Lettere e Filosofia presso la Università degli Studi di Urbino, laureandosi col massimo dei voti in Letteratura Italiana, con una tesi di carattere psicoanalitico su Giacomo Leopardi.

 

Ha lavorato quindi come giornalista per il quotidiano Il Tempo, per la RAI e per varie testate italiane. Impegnata da vari anni nel campo del giornalismo culturale, attualmente è direttore responsabile della rivista IN PURISSIMO AZZURRO.

 

Dal primo giugno 2009 cura il forum letterario Flannery dedicato alle donne che scrivono.

 

Come autrice di versi è stata tra i segnalati al Premio Letterario Internazionale “Eugenio Montale” nel ‘91 per la silloge Il tempo di un breve commiato, poi confluita nella prima raccolta poetica intitolata Voci dal muschio (Edizioni Tracce, Pescara 1992), a cui qualche anno dopo ha fatto seguito la  plaquette Quaderno Siciliano (Firenze PoesiArte, 1994).

 

Le sue poesie hanno ottenuto dagli addetti ai lavori numerosi consensi e riconoscimenti e sono pubblicate e recensite su riviste ed antologie italiane ed estere.

 

Ha pubblicato anche diversi volumi di narrativa e saggistica, scrivendo inoltre radiodrammi, testi teatrali e soggetti cinematografici.

 

I suoi libri sono stati tradotti fino a oggi in inglese, portoghese, turco, ceco e polacco.

 

Al momento sta scrivendo un nuovo romanzo, dopo La sera si fa sera del 2004, e ha diversi progetti sulla propria scrivania e nel fatidico “cassetto”, che sono in attesa di realizzazione.

 

Il suo sito web è:

www.mariadilorenzo.net

 

Il suo blog personale:

Scrivere è un destino

 

 

 

 

 

 

 

“All’età di sei anni mi capitò di abitare, insieme con la mia famiglia, un semaforo solitario posto sulla cima di Capo d’Orlando, in faccia alle Eolie”. Comincia così, con questo tono vagamente favolistico, a metà strada fra la prosa del quotidiano e l’affabulazione della memoria, la raccolta Paura del vento e altri racconti di Turi Vasile con cui, a distanza di cinque anni, l’autore riannoda i fili cangianti della memoria, riandando sui passi perduti di un’infanzia isolana (la precedente raccolta Paura del vento è stata, infatti, riproposta – sull’onda del crescente interesse dei lettori – con l’aggiunta di dieci nuovi racconti).

 

Regista, produttore cinematografico, sceneggiatore, critico, commediografo (con La famiglia patriarcale si è aggiudicato nel 1987 il Premio Flaiano per il teatro), Turi Vasile si è rivelato in questi racconti un narratore finissimo, al tempo stesso lucido e asciutto, lirico e assorto, in possesso di una koinè dei sentimenti (e della memoria) che raramente è oggi dato riscontrare nel panorama delle lettere italiane.

 

Quando si era bambini e si viveva in un’isola chiamata Sicilia, le feste di Natale avevano un senso oggi perduto”. Un’isola chiamata Sicilia: il nome dell’anima e del cuore, prima ancora che luogo fisico, geografico; un sentimento solido, vivo, che non conosce (né mai può conoscere) l’usura del tempo. Un fuoco inestinguibile che la distanza non appanna, ma semmai rafforza ed alimenta, attraverso l’uso quotidiano della memoria.

 

La Sicilia, metafora del cuore. E’ ad essa che bisogna necessariamente fare riferimento per comprendere appieno la Weltanschauung di questo eccellente narratore, così da poter ottenere alla fine – attraverso i volti, le storie, i ricordi e i pensieri che animano questi racconti – il prodigioso mosaico di un coro: il padre autodidatta, che però “sa forte” socialista e anticlericale, depositario di un’antica e irriducibile purezza ideale (“l’amore per il padre – scrive a un certo punto Vasile - è sempre atto di fede”); la madre Maria, “argentu vivu”, appassionata e romantica, che gli insegna l’aspetto più ludico dell’esistenza, la vita come gioco; lo zio Miciazzo, la zia Agatina, zio Ciccu e zia Cicca, “villani” dal cuore d’oro (si legga il bellissimo racconto I miei parenti più poveri), che affiorano, e si stagliano in cifre di assoluto candore, dal fondo incandescente della memoria.

 

Giornate di attese e di sogni, di emozioni segrete e di continue scoperte in cui – bambino – lo attanaglia la paura del vento, la sua voce terribile, insieme allo scatenarsi degli elementi, in quel lembo di terra, sospeso fra cielo e mare, che è il semaforo solitario di Capo d’Orlando.

 

Giornate in cui – adolescente - lo assale il tremendo morbo isolano, la lissa, la vertigine oscura del sangue che pulsa dentro le vene, e che – adulto – saprà come stemperare nella malinconia del ricordo. Giornate in cui non accade mai niente di veramente eccezionale: semplicemente la vita, l’avvicendarsi naturale del giorno e della notte, il geometrico alternarsi delle stagioni; ed è già molto.

 

Giorni in cui la vita è come un’erma bifronte e il sogno vi possiede lo stesso spessore della realtà: quella fantasia visionaria che – da bambino – lo teneva chiuso in casa, divorato da un’ansia spasmodica di conoscenza, a leggere e fantasticare il proprio futuro, e che - da grande – tradurrà in creazione fantastica, in quell’immaginazione che, tornando ai giorni perduti di ieri, spalanca la credenza dei profumi segreti di un’isola a forma di cuore.

 

 

MARIA DI LORENZO

 

“Abruzzo Letterario”  - Numero 2/93 – Agosto 1993

 

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