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Intervista
alla scrittrice Maria Di Lorenzo
La
scrittura, un viaggio
verso un paese ignoto
di Davide Bersani
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Il senso
del viaggio non sta in ciò che si trova,
ma in
ciò che si è disposti a perdere, liberandosi
delle
zavorre che ti soffocano dentro.
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“Prospettiva Persona” – n. 59/2007
Maria Di Lorenzo è una fra le scrittrici più interessanti nel
panorama letterario italiano. Dal primo esordio, avvenuto nel 1992, con la
raccolta di versi Voci dal muschio (Ed. Tracce, Pescara), fino ad oggi,
con il volume da poco arrivato in libreria, Con la croce sul cuore -
Edith Stein (Ed. dell’Immacolata, Bologna 2006), incentrato sulla
sconvolgente vicenda esistenziale della filosofa
ebrea tedesca poi divenuta carmelitana scalza e morta ad Auschwitz
nell’agosto del 1942, il suo sfaccettato
cammino di autrice, “spia” di un
talento indubbiamente versatile, ha seguito un percorso tutto sommato molto
coerente, nello stile come nei contenuti, con i suoi ideali e la sua
personale visione del mondo.
Laureata in Lettere Moderne a Urbino,
ha composto versi, pubblicati in riviste e antologie italiane e straniere,
ha realizzato sceneggiature radiofoniche e pieces teatrali, ha scritto
inoltre testi di saggistica a cavallo fra cinema, letteratura e
spiritualità, lavorando al tempo stesso come giornalista per varie testate,
finchè nel 2005 ha fondato a Roma il periodico telematico In Purissimo Azzurro (www.inpurissimoazzurro.org),
che attualmente dirige, una rivista impegnata nel dialogo fecondo fra le
diverse voci culturali presenti oggi nel mondo - letteratura, cinema,
teatro, musica, arti figurative - attraverso il filtro della loro comune
tensione verso l’assoluto, ricercato nei mille chiaroscuri dell’esperienza
umana.
La sua intensa attività di giornalista e di promotrice
culturale non le ha fatto però dimenticare in
questi anni il suo primo, fondamentale amore: la scrittura creativa. Ha realizzato diversi volumi, accolti
favorevolmente dal pubblico e dalla critica e oggi tradotti in inglese,
portoghese, polacco e ceco. Sua è stata la prima biografia completa di
Rosario Livatino, il “giudice ragazzino” ucciso dalla mafia in Sicilia nel
settembre 1990 (Rosario Livatino. Martire della giustizia, Paoline,
2000) con cui ha fatto conoscere all’Italia la splendida figura di un
giovane servitore dello Stato trucidato da Cosa Nostra, e l’ha fatto
conoscere con le sue luci e con le sue ombre, con
il suo eroismo quotidiano e le sue, pur legittime e umanissime, fragilità.
Sua è pure la biografia più letta di
Madre Teresa di Calcutta, uscita nei giorni della sua beatificazione e
subito andata a ruba (Madre Teresa. Lo splendore della carità,
Paoline, 2003), che uscendo dai soliti e usurati cliches cuciti addosso a
Madre Teresa come “angelo dei poveri”, o “icona della carità”, racconta con
quella sua scrittura nitida e
intensa che ti cattura dalla prima all’ultima pagina l’avventura di una
donna straordinaria ma tutto sommato normalissima,
con le sue paure ed il “segreto”, da lei tenuto nascosto per cinquant’anni,
di una terribile aridità interiore che le toglieva il gusto di Dio proprio
mentre rappresentava agli occhi del mondo il “faro” per eccellenza della
fede e della carità.
La scrittrice ha dalla sua una
notevole capacità introspettiva, di affondo
psicologico nella vita dei personaggi raccontati, che dal versante della
saggistica doveva inevitabilmente condurla all’approdo alla narrativa, alla
dimensione affabulatrice del romanzo, da lei egregiamente affrontato con La
sera si fa sera (Tracce, 2004). Un romanzo intenso,
che è un viaggio, fisico ed emotivo al tempo stesso, attraverso la malattia
e il dolore, in fondo al quale l’io narrante, una borghese cinquantenne di
nome Adriana, scopre la forza di una rinascita esistenziale, imprevedibile
e desiderata, come la stessa vita.
E’ proprio a partire da questo romanzo che vogliamo
iniziare la nostra intervista a Maria Di Lorenzo.
D. - E’ sbagliato
affermare che il tracciato narrativo di La
sera si fa sera è alla fine il più autobiografico dei libri che lei ha
scritto?
R. - Se per
autobiografia si intende la vicenda raccontata dal
libro, la storia cioè di una cinquantenne di origini siciliane che viene
messa con le spalle al muro di fronte alla scoperta di una terribile
malattia e da questa scoperta comincia il doloroso e salvifico bilancio
della propria vita, allora la storia non può assolutamente dirsi
autobiografica. Nessun elemento combacia, in un certo senso tutto mi separa
da Adriana, l’io narrante della storia, la sua età anagrafica, le origini,
le esperienze vissute, ma lei sa bene che ogni opera è sempre in qualche modo autobiografica, perchè l’autore ci mette
dentro sempre qualcosa di suo, a livello più o meno inconscio. Io ci ho messo la mia sensibilità, e forse gli aspetti più
malinconici, più introspettivi del mio carattere, per questo potrei
affermare tranquillamente: Adriana c’est moi.
D. - Colpisce lo
scavo psicologico che lei mette in atto in ogni suo lavoro, sia esso un
“rigoroso” saggio o una vicenda “romanzata”, se mi passa il termine, frutto
di sola fantasia. Per esempio, la Madre Teresa che lei racconta nel suo libro non è una bella statuina da mettere in una
nicchia, non assomiglia affatto a quel personaggio in un certo senso
“titanico” regalatoci dai mass-media, ma una donna oserei dire più vera,
con le sue dinamiche interiori, le sue dolcezze, i suoi slanci, ma anche i
suoi furori, le sue insospettabili debolezze. Anche Rosario Livatino viene ritratto senza i “lustrini” dell'eroe mediatico.
Corrisponde a una sua scelta precisa?
R. - Più che una
scelta, è una evidenza. Lei non crede che le
persone reali, quelle che si incontrano tutti i
giorni sull’autobus o per strada, siano più sfaccettate e più complesse di
quelle figure “a profilo unico” che ci raccontano i mass-media ogni giorno?
Io credo di sì. La vita è molto più interessante della sua rappresentazione
mediatica, e di questo la gente si sta rendendo conto ogni giorno di più.
Lo vedo dalle molte e-mail che mi arrivano.
D. - A proposito di e-mail, lei ama molto il rapporto con i suoi lettori,
non è vero? Il suo sito web www.mariadilorenzo.net
è molto cliccato e so che riceve ogni giorno tanta posta, a cui risponde
sempre personalmente. Quest'attenzione per i suoi lettori in che modo
influenza la sua scrittura?
R. - E' vero, mi
piace molto dialogare con i miei lettori, in fondo è per loro che io
scrivo, non certo per me stessa o solo per gli addetti ai lavori. Questo
alla fine si sente, io credo, in ciò che scrivo. Per esempio, in queste
settimane sto ultimando un libro al cui centro c'è la figura di Teresa di
Lisieux che gli stessi miei lettori mi hanno suggerito. La scrittura, io
credo, è proprio questo: un ponte verso gli altri.
D. - Un pugnetto di
cenere e di terra scura passata al fuoco dei forni crematori di Auschwitz: è ciò che oggi resta di Edith Stein. Ma in
maniera simbolica, perchè di lei effettivamente non rimane più nulla, un
ricordo di tutti quegli innocenti sterminati, e furono milioni, nei lager
nazisti: da questo piccolo pugno di polvere lei fa partire la sua indagine
letteraria sulla grande filosofa tedesca di ceppo ebraico che fu deportata
e morì nel campo di concentramento di Auschwitz il
9 agosto del 1942. Cosa l’ha spinta ad
appropriarsi di questa storia che racconta con tanta intensità espressiva nel
volume Con la croce sul cuore?
R. - Dopo la fine
della seconda guerra mondiale, la vicenda di Edith
Stein, carmelitana scalza morta nel lager di Auschwitz col nome di suor
Teresa Benedetta della Croce, era balzata all’attenzione della comunità internazionale,
rivelando la sua grande statura, non solo filosofica ma anche religiosa, e
il suo originale cammino di santità: era stata una filosofa della scuola
fenomenologica di Husserl, una femminista ante litteram, teologa e mistica,
autrice di opere di profonda spiritualità, ebrea e agnostica, monaca e
martire. Una figura davvero affascinante, non crede? Personalmente sono
rimasta molto colpita dal suo percorso così tortuoso ed anche così moderno:
dal buio alla luce, dal disimpegno alla lotta, tra
crisi e svolte esistenziali improvvise. Il mio interesse per le vite
"al limite”, colte sul crinale di una scelta che, inevitabilmente,
alla fine fa la differenza, doveva spingermi ad
occuparmi anche di lei, a raccontare la sua storia, così toccante e così
atipica.
D. - Parliamo ora
dei suoi autori preferiti. Che cosa legge? E c’è uno scrittore contemporaneo che predilige?
R. - I miei
preferiti, da sempre, sono Ungaretti, Pirandello, Bernanos, Emily
Dickinson. Sono i miei “classici”. Leggo comunque moltissimo,
e tra i contemporanei prediligo in assoluto Eraldo Affinati, che ha una
scrittura molto intensa, “etica” mi verrebbe da dire, straordinariamente
capace di registrare, quasi come un sismografo, la vita degli uomini e
delle donne di questo nostro tempo. E’ un autore, oltre che un amico, che
io sento molto vicino a me, pur nella diversità di percorsi e di stili.
L’idea di fondo che ci accomuna però è la stessa,
quella di una letteratura intesa come intensificazione dell'esistenza.
D. - Per finire, lei
pensa che la scrittura oggi serva ancora a qualcosa nel mondo così
omologato in cui viviamo?
R. - Sì, perchè la
scrittura è essenzialmente un percorso di conoscenza. Scrivere è partire
ogni volta per un paese ignoto. Non sai mai quello che troverai alla fine,
ma il senso del tuo viaggio non sta in ciò che trovi ma
in ciò che sei disposto a perdere, liberandoti delle zavorre che ti
soffocavano dentro. Allora la scrittura acquista un senso, quando scatena
l’incontro con qualcosa di inatteso che ti avvolge
e che semina la tua vita di stupore.
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