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Julie ha perso in un incidente d'auto il
marito e la figlia. Lui era un famoso compositore e lavorava, al momento
della morte, a un Concerto per l'Europa. Dopo il
dolore (in un momento in cui questo dilania più crudele la sua anima
tenta il suicidio), Julie torna a reimmergersi nella vita e lo fa
portando a termine il lavoro del marito. Sceglie come testo per il coro
finale, il Memento, un passo tratto dal tredicesimo capitolo della
Prima Lettera di San Paolo ai
Corinzi: "Quand'anche
io parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, se non ho la carità io
sono un bronzo che suona o un cembalo che squilla".
E' casuale questa
scelta? Perché Julie sceglie proprio
"questo" passo, quello sull’agape? Krzysztof Kieslowski
è un autore cinematografico attratto dal Caso, dalle molteplici
combinazioni della
vita, dalle sue spesso bizzarre concatenazioni, ma in tutte
le sue opere, particolarmente in questo Film blu. Libertà (Francia, 1992),
ci dimostra che il gioco apparente degli incastri non è mai tale, e che
in definitiva il Caso, come forza cieca e inconsapevole, non esiste.
Julie scopre dopo la morte del marito che questi aveva
un'amante da molto tempo, e che questa donna ora attende da lui un
figlio; Julie nel suo lungo e doloroso viaggio, dentro e fuori di sé,
impara molte cose, innanzitutto il perdono e, con esso,
la carità, che non è un generico amore per l'umanità tutta, senza
nome e senza faccia, ma "l'amore - spiega Sergio Quinzio nel
suo Commento alla Bibbia - per il prossimo di cui si conosce il volto
e la pena". L'amore che tutto comprende e perdona, e sul quale
la morte, nessuna morte, potrà mai
prevalere.
Julie che si apre alla vita e all'amore per gli altri è la donna nuova, la nuova Eva del Terzo
Millennio, la Donna che sfida il Caso e si fa viatico al Mistero per
eccellenza. E’, probabilmente, la Donna che nasce dalle sofferenze e
dagli errori delle generazioni che l'hanno preceduta, dal popolo
indistinto, spesso, dalle prime donne, le donne pioniere: nelle scelte
difficili, nel tormentato e affannoso superamento dei propri ruoli
tradizionali, nella ridefinizione di uno spazio
diverso, scaturito dal solco di un lungo e impervio cammino, sulla strada
della consapevolezza e della libertà interiore, che nasce da questa,
trovando un felice punto di equilibrio fra inscape (il proprio universo pulsionale) e landscape
(il mondo circostante e le sue, spesso, dicotomiche proiezioni).
In fondo alla notte c'è ancora la notte,
popolata da molte frontiere ed estemporanei bivacchi, ma la notte -
scriveva Friedich Nietzsche
- è anche un sole. Allora, "nella svolta culturale a favore della
vita, le donne hanno uno spazio di pensiero e di azione
singolare e forse determinante: tocca a loro di farsi promotrici di un
"nuovo femminismo" che, senza cadere nella tentazione di
rincorrere i modelli "maschilisti", sappia riconoscere ed
esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della
convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di
discriminazione, di violenza e di sfruttamento" (Giovanni
Paolo II, Evangelium Vitae, §
99).
Nella sua capacità di pedinare la vita, di radiografarne
l'indescrivibile caos, raccontandolo attraverso le immagini, il cinema ci
offre un assaggio, una possibile anticipazione di questa donna del nuovo
millennio: è la piccola Rosetta del Ladro di bambini (regia
di Gianni Amelio, Italia, 1992), undicenne insidiata moralmente
nella sua natura innocente, tradita proprio da colei che le ha dato la
vita.
La bambina contaminata dall'abiezione umana, incattivita e
resa maliziosa da trascorsi assai poco consoni alla sua età, si
confronta, nella sequenza del ristorante calabrese dove il carabiniere
Antonio l'ha portata, con una coetanea tutta vestita di bianco (è il
giorno, infatti, della sua prima comunione), la interroga sul catechismo,
poi la guarda con distacco orgoglioso e fiero e le dice: "Ma tu l'angelo custode non
la sai...".
Soffermiamoci per un istante su questo gesto. "C'è in
questo gesto di Rosetta - dice il regista Gianni Amelio - una
maturità insieme a un senso di sconfitta e
persino di orgoglio di fronte alla propria diversità, nonostante sia la
diversità dolorosa di un'infanzia rubata".
E' la bella bambina vestita di bianco a risultare, alla fine,
perdente, lei infatti non conosce l'Angelo di
Dio, che invece Rosetta conosce fin troppo bene, recitandolo
frettolosamente ogni volta che deve prepararsi a soggiacere alle turpi
voglie dell'uomo procuratole dalla madre. "Rosetta mentre sta per
subire la più orribile delle offese, sussurra con voce mozza l'Angelo di
Dio, la preghiera che generazioni di bambini hanno usato per esorcizzare
ogni tipo di paura, reale o immaginata. Ci sono quattro versi in quella
breve orazione che incalzano come i battiti di
un cuore spaventato: illumina,
custodisci, reggi, governa... parole di cui non si
comprendeva affatto il significato ma che, proprio per questo, assumevano
il valore di una formula magica e salvifica" (G. Schelotto).
In questo piccolo rituale, meccanico e apparentemente neutro,
c'è invece il seme psichico di una ricomposizione futura, di un ritorno a sé, senza traumi e
senza strumentalizzazioni, sotto un cielo non
più diviso dalla malafede e dall'egoismo, dall'opacità spirituale e
dall'afasia dei sentimenti. Un percorso di crescita, ancorché lungo e
difficile, tra identità, ricerca di alterità, acquisizione di una nuova e più profonda
coscienza che renda possibile alle Rosette del futuro di abitare da
dentro - e concretamente - l'utopia che si avvicina.
MARIA DI LORENZO
[Dal volume: AA.VV., Donne e
cinema nell’Europa duemila
fra immaginario e quotidianità, Andromeda Editrice,1998]

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